Riprende l'esperimento delle puntate speciali. Questa
settimana la playlist è stata stilata da una band fra le più belle e
interessanti della nostra regione, al momento: gli Ecole du Ciel.
Se non avete ancora ascoltato il loro ultimo lavoro
Heartbeat War Drum, fate in modo di recuperare al più presto, basta un click:
http://ecoleduciel.bandcamp.com/.
Scaletta:
1. Ecole du Ciel - From My Farthest Shores (da Heartbeat War Drum, 2013)
2. At The Drive-in - Winter Month Novelty (da El Gran
Orgo EP, 1997)
3. The Blood Brothers - Cecilia and the Silhouette Saloon
(da Burn, Piano Island, Burn, 2003)
4. By The End Of Tonight - Tigers (da A Tribute to
Tigers, 2005)
5. Pink Floyd - Pow R. Toc H. (da The Piper at the
Gates Of Dawn, 1967)
6. Liars - It Fit When I Was a Kid (da Drum's Not
Dead, 2006)
7. Grizzly Bear - On a Neck, On a Spit (da Yellow
House, 2006)
8. Arab On Radar - Rubber Robot (da Queen Hygiene
II, 1997)
Dopo Post-Nothing, un album che è stato anche un
manifesto (la dice lunga il titolo), ripetersi agli stessi livelli non poteva
essere facile per i canadesi Japandroids, e Celebration Rock è
mascherato da mezzo flop solo se paragonato a quel precedente. In realtà stiamo
parlando di un album più meditato anche se questo ha significato metter da
parte quella cruda e strafottente immediatezza lo-fi degli esordi. Non
si devono allarmare, però, i puristi dell’underground. La band è rimasta fedele
a quel sound à la Hüsker Dü che è un mix tra caos e delicatezza; è
rimasta fedele a quel rock che, in questo nuovo capitolo della loro
discografia, i Japandroids vogliono celebrare come attitudine piuttosto
che come genere definito.
Il disco si apre con uno scoppiettante concentrato di
furore e irriverenza punk, The Nights of Wine and Roses, in cui
batteria e chitarra si inseguono in una sorta di corsa a due che induce
l’ascoltatore ad alzarsi subito dalla sedia un po’ come fanno gli spettatori di
una finale dei Mondiali quando si giunge ai calci di rigore. Fire’s
Highway si candida come canzone-pogo dell’anno, qui la veemenza della
chitarra è acuita e l’ottima melodia è intervallata da degli“ooh-ooh-ooh”,impulsivi quanto adolescenziali, che presto diventeranno il leitmotiv del
disco. Il brano più elaborato sembra la successiva Evil’s Way,
una cavalcata psichedelica che preannuncia la cover dei Gun Club, For
The Love of Ivy,che è un tributo a quell’horror-punk che
ha fortemente influenzato l’immaginario della band.
Il dualismo un po’ lynchiano tra melodia e furore, però, si
ripresenta subito con le tempestose saturazioni di suono di Adrenaline
Nightshift che inaugura un trio di canzoni formidabili. Younger
Us (già contenuta in un 7” del 2010) a un certo punto si fa convulsiva
e caotica mentre il singolone The House That Heaven Built, “stranamente”
relegata a fine scaletta, potrebbe fare la barba a tutti i Green Day di turno.
Questa sfuriata rock n’ roll alla fine lascia il posto a Continuous
Thunder in cui si manifesta la vena romantica del duo canadese (un po’
come successo con I Quit Girls nel disco precedente). Quest’ultimo brano
è quello che riesce a far tremare i cuori degli ascoltatori più sensibili a
conclusione di un disco potente, frenetico e al tempo stesso di buon impatto
emotivo. Un disco prodotto e suonato con una commovente sincerità, un requisito
– quest’ultimo – diventato imprescindibile oltre che raro.
1) Shelly Johnson Broke My Heart – We Own The Afternoon
(Stop Records, 04/03/2012)
Dopo l'EP Brighter del 2011, ecco il primo album dei "gazer dell'apocalisse" dal cuore d'oro . Twin Peaks non è solo un ricordo e gli anni Novanta sono ancora qui pronti a "risuonare" a botta di distorsori.
2) Seaside Postcards – Seaside
Postcards EP
(autoprodotto, 02/09/2011)
Che Pesaro fosse di fatto diventata la capitale italiana del
post-punk è noto a tutti. I Seaside Postcards sono una delle realtà più
curiose di questa “nuova ondata”. Il loro primo EP omonimo è un riuscito
connubio tra le ritmiche asettiche dei Joy Division e le sonorità riverberate
degli anni Ottanta che diventano quasi psichedeliche nel loro incedere
maniacale. Niente di nuovo, obietterebbe qualcuno. Be’, almeno è fatto bene e
con passione.
Reperti fossili trapassati, sei tracce datate duemilasette e
mai rilasciate prima d’ora per gli Endless Inertia, progetto padre dei (prutroppo
già defunti) Distanti. Corse mozzafiato e colpi al cuore narrati
dall’inconfondibile voce di Steno. Una Pantera che vi mangerà il cuore.
La sabbia ci si infila nelle mutande e il sole ci arrossa le
spalle e il naso: il mare ci fa cacare. In montagna fa troppo freddo. Il lato
bello della Vacanza è altro, il lato bello della Vacanza sono urla disumane
nelle orecchie, testi contorcibudella e ritmi martellanti.
Solo quattro tracce per voler loro irrimediabilmente bene.
Origine romagnola e un nome che non lascia dubbi, una voce
che si muove su melodie ben costruite e attitudine emo-punk da lacrimoni (che
ci piace sempre un sacco). Questo sono i Riviera con il loro EP di debutto
Novembre 2011: "venerdì è un giorno come un altro" se non hai roba
così bella in cuffia a tenerti compagnia.
Li avevamo scoperti grazie a un video quantomeno controverso, quello di Should Have, pubblicato nel gennaio del 2011. A un anno esatto di distanza, i Cloud Nothings – band proveniente da Cleveland, Ohio – provano a rimescolare le carte in tavola con un disco più sanguigno rispetto al precedente album omonimo.
Le atmosfere si fanno più cupe. Già col primo brano, No Future/No Past, i nostri sembrano voler mettere subito in chiaro che il mood dell’intero disco sarà quello dell’alienazione e del disagio post-adolescenziale riadattando ai giorni d’oggi, dunque, la lezione punk americana di fine anni Ottanta e i ruggiti grunge dei Novanta. I versi brevissimi della prima traccia, prima strascicati e poi urlati in un asfissiante quanto martellante crescendo, segnano subito un marchio (i paragoni con Kurt Cobain si sprecano).
La successiva Wasted Days, vero capolavoro dell’album, è ancora più sorprendente: quasi nove minuti di punk. Impossibile non pensare agli Hüsker Dü o ai Wipers di Greg Sage,non solo per la forma canzone – qualcuno già li potrebbe tacciare di epigonismo – ma anche per i testi che potrebbero essere scritti da un qualsiasi teenager; eppure, forse proprio per questo, appaiono come sassi scagliati con violenza che catturano subito l’attenzione e la simpatia dell’ascoltatore. E così ci si scopre a pensare: “Amico mio, scrivi come un quattordicenne ma lo scrivi bene” (I thought / I would / be more / than this).
Le canzoni successive sono più ariose e meno sgraziate delle prime, riprendendo lo stile dei precedenti album più pop. Ma il pessimismo è dietro l’angolo. No Sentiment parla di mancanze: di sensibilità, di prospettive e di tutto ciò che volete. A chiudere l’album è Cut You, un ultimo gioiellino di puro quanto ispirato post-hardcore che proprio non si leva dalla testa.
Alcune attese sono così sentite e intense da confondere, quando vengono finalmente soddisfatte. È per questo che, prima di parlare anche noi di Ormai, abbiamo deciso di attendere qualche settimana, il tempo necessario per ascoltarlo, riascoltarlo e assimilarlo.
La conclusione è che, superato il misto di euforia e spaesamento iniziali e lasciato il precedente Sfortunain un angolino a prender polvere per un po’, Ormai è un disco a cui voler inevitabilmente bene: un disco capace di trasformare le giornate, tirar fuori dall’ascoltatore una miscela di accettazione e tristezza e fargliela sputare fuori, fargliela urlare ma non troppo.
Va da sé che, nei quasi tre anni che ci separano dal penultimo disco, ci siano stati vari cambiamenti: il primo, il più evidente è proprio nelle urla di Jacopo che appaiono come soffocate, inabissate assieme ai testi a diversi metri di profondità, creando una sensazione di disorientamento e serena passività (come ascoltare il mondo totalmente immersi nella vasca da bagno, insomma). Ma, nonostante questo “smorzamento”, c’è una rinnovata forza nei testi: superano ormai quel senso di autocommiserazione che pervadeva il lavoro del 2009 per sfociare in una splendida rassegnazione che si attacca addosso all’ascoltatore con la solita potenza data dai ritmi serrati a cui i FBYC ci hanno abituati.
Manca, probabilmente, la cupezza grigia delle sonorità di Sfortuna ma, a lungo andare, il risultato è lo stesso enorme buco interiore: soprattutto il finale – con, in sequenza, due fra i pezzi più riusciti, Capire Settembree La domenica c’è il mercato – ha la capacità di lasciare l’ascoltatore col fiato sospeso e un profondo senso di inadeguatezza sulle spalle.
In barba a tutti i giudizi troppo affrettati, Ormai è il paradigma di quanto siano necessari diversi ascolti prima di comprendere e affezionarsi davvero ad un album. Noi continuiamo a premere play, scoprendone ogni giorno sfaccettature diverse.
La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.
Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.
Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).
Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.
A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.
Da un occhio capovolto cola giù un rivolo di sangue come un filo rosso che lega mondi apparentemente diversi. In bilico su questa fune color scarlatto, a un’estremità Bertolt Brecht, Samuel Beckett e Albert Camus e all’altra, Il teatro degli orrori, Massimo Volume e Starfuckers; nel mezzo, a far vibrare la corda, i The Death of Anna Karina, tornati con più potenza che mai, con più parole che mai. E, stavolta, tutte rigorosamente in italiano.
Lacrima/Pantera è uno schiaffone in pieno viso, come undici tuffi in un mare in tempesta che non ti danno tempo di riprender fiato; batteria sfascia-timpani e urli venati di disperazione, anche i The Death of Anna Karina vanno ad iscriversi finalmente in quel filone di gruppi che fa della lingua di Dante hardcore pesante. E con maestria invidiabile. Su tappeti di bassi ossessivi e chitarre distorte, infatti, i testi scorrono via strepitanti, fra citazioni colte (Camus resuscita accompagnato dalla chitarra di Giulio Ragno Favero in Per scherzo) e intuizioni riuscite (e particolarmente crude e tetre, delle volte, come nella traccia di chiusura Vile omicidio), e non lasciano scampo ai rimpianti per i cinque anni d’attesa intercorsi fra questo nuovissimo LP e il precedente New Liberalistic Pleasure.
Sprecare altre parole è superfluo per chi sa benissimo presentarsi da sé. Dunque, non dovete far altro che procurarvi questo disco, metterlo su e aspettare pochi minuti. Sfido chiunque ad arrivare alla terza traccia (Quello che non c’è) e non ritrovarsi a ripetere fino alla nausea “e / non / hai / riso un’altra volta” accompagnando il tutto da un po’ di sano headbanging.
Cosa dire di questo album che arriva così, senza troppi proclami, in “fri daunlò” sul loro sito e che suona più o meno come un tronco abbattuto? Se siete al pc (o al mac che fa più figo) e siete così indie da avere persino il last.fm, non ci penserete due volte a cliccare sul cuoricino quando ascolterete Senza di te, insomma, il brano in questione va in automatico fra i “preferiti”. Non starete delle ore per capire che questo brano sarà il tormentone del 2011 – si parla di musica indipendente, ovvio.
E poi quando sbuca la voce di quel tenerone di Jacopo Lietti (informandovi scoprirete che ha scritto parte del testo e ha curato l’artwork del disco) correrete a farlo ascoltare alla vostra ragazza, o a vostra madre in mancanza d’altro, e quella tutta incazzata vi dirà: “ma è dedicata a un gatto, scemo!” e voi non l’avevate capito e farete la figura dei fessi. In breve, questo album è tutto questo. Dura poco, ventitre minuti scarsi. Ma che fa? non è la durata la cosa importante, anzi, spesso i migliori album sono quelli che si aggirano intorno alla mezz’oretta. Legna lo si prende così come è e, sotto la doccia o a tavola mentre vedi il tiggì, ti ritroverai a cantare stralci di pezzi a squarciagola come “[…] con i soldi della spesa comprerò un po’ di fortuna” da Il tram delle sei, “Un punto che non c’è è un vuoto perdere” da Dettato; finalmente anche i fissati con la grammatica hanno il proprio inno. E soprattutto “È facile, è troppo facile sorridere d’estate. / È facile, è troppo facile non scegliere per niente” oppure “Mi pento spesso e non miglioro mai. / Non metto a fuoco la vita, guardo sempre in basso” rispettivamente da Troppo facile e Cinghiale che sembrano scritte apposta per un ventenne qualsiasi in crisi post-adolescenziale.
Quindi, ricapitolando, questo album non ha bisogno di troppi sforzi per essere ascoltato, è bello, ha delle parole che canterete a squarciagola, è in regalo sul loro sito, c’è Lietti come ospite e se lo ascolterete almeno una volta i membri della band (Capra, Sollo, Piter) vi vorranno bene.