Dopo quindici giorni di lontananza dai microfoni di Radio Juso Pirata, abbiamo accumulato tonnellate di nuove uscite da farvi ascoltare. Ce n'è per tutti i gusti: ci divideremo fra musica soft e sognante e roba sudata da pogo.
Scaletta:
1. Lykke Li – No Rest For The Wicked (da I Never Learn,
2014)
2. MØ – Waste Of Time (da No mythologies to follow, 2014)
3. How To Dress Well – Words I Don’t Remember (singolo,
2014)
4. The War On Drugs – Red Eyes (da Lost In The Dream, 2014)
5. Arrange feat. Ricky Eat Acid – Alumni (da Their Bodies in
a Fog, 2014)
6. Joan As Police Woman – The Classic (da The Classic, 2014)
7. The Horrors – So Now You Know (da Luminous, 2014)
8. Fucked Up – Paper The House (da Glass Boys, 2014)
9. Unwound – Nervous Energy (da Rat Conspiracy, 2014)
10. Perfect Pussy – Driver (da Say Yes To Love, 2014)
Questa volta Stanze Soniche è in una veste speciale: la playlist (bomba) della puntata sarà ad opera di Andrea Casali, in arte Caso. Punk rock music saved my life, I can sing it honestly.
Inauguriamo un nuovo ciclo di puntate speciali scoprendo i gusti musicali dei nostri musicisti italiani preferiti.
Scaletta: 1. Caso – Aranciata Amara (da Tutti dicono guardiamo avanti, 2011) 2. Ghost Mice – Up The Punks (da The Debt of the Dead, 2004) 3. Billy Bragg – Waiting for the great leap forwards (da Workers Playtime, 1988) 4. Karate – Airport (da Some Boots, 2002) 5. The Weakerthans – Benediction (da Reconstruction Site, 2003) 6. Songs: Ohia – Coxcomb red (da The Lioness, 2000) 7. Caso – Senza luna (da La linea che sta al centro, 2013) 8. Against Me! – Those anarcho punks are mysterious (da Reinventing Axl Rose, 2002) 9. Pedro The Lion – Big trucks (da It's Hard to Find a Friend, 1998) 10. Propagandhi – Anti manifesto (da How To Clean Everything, 1993) 11. Caso – Parete Nord (da La linea che sta al centro, 2013)
Dopo Post-Nothing, un album che è stato anche un
manifesto (la dice lunga il titolo), ripetersi agli stessi livelli non poteva
essere facile per i canadesi Japandroids, e Celebration Rock è
mascherato da mezzo flop solo se paragonato a quel precedente. In realtà stiamo
parlando di un album più meditato anche se questo ha significato metter da
parte quella cruda e strafottente immediatezza lo-fi degli esordi. Non
si devono allarmare, però, i puristi dell’underground. La band è rimasta fedele
a quel sound à la Hüsker Dü che è un mix tra caos e delicatezza; è
rimasta fedele a quel rock che, in questo nuovo capitolo della loro
discografia, i Japandroids vogliono celebrare come attitudine piuttosto
che come genere definito.
Il disco si apre con uno scoppiettante concentrato di
furore e irriverenza punk, The Nights of Wine and Roses, in cui
batteria e chitarra si inseguono in una sorta di corsa a due che induce
l’ascoltatore ad alzarsi subito dalla sedia un po’ come fanno gli spettatori di
una finale dei Mondiali quando si giunge ai calci di rigore. Fire’s
Highway si candida come canzone-pogo dell’anno, qui la veemenza della
chitarra è acuita e l’ottima melodia è intervallata da degli“ooh-ooh-ooh”,impulsivi quanto adolescenziali, che presto diventeranno il leitmotiv del
disco. Il brano più elaborato sembra la successiva Evil’s Way,
una cavalcata psichedelica che preannuncia la cover dei Gun Club, For
The Love of Ivy,che è un tributo a quell’horror-punk che
ha fortemente influenzato l’immaginario della band.
Il dualismo un po’ lynchiano tra melodia e furore, però, si
ripresenta subito con le tempestose saturazioni di suono di Adrenaline
Nightshift che inaugura un trio di canzoni formidabili. Younger
Us (già contenuta in un 7” del 2010) a un certo punto si fa convulsiva
e caotica mentre il singolone The House That Heaven Built, “stranamente”
relegata a fine scaletta, potrebbe fare la barba a tutti i Green Day di turno.
Questa sfuriata rock n’ roll alla fine lascia il posto a Continuous
Thunder in cui si manifesta la vena romantica del duo canadese (un po’
come successo con I Quit Girls nel disco precedente). Quest’ultimo brano
è quello che riesce a far tremare i cuori degli ascoltatori più sensibili a
conclusione di un disco potente, frenetico e al tempo stesso di buon impatto
emotivo. Un disco prodotto e suonato con una commovente sincerità, un requisito
– quest’ultimo – diventato imprescindibile oltre che raro.
Tutte le feste di domani, il nuovo album di Paolo Zanardi, completamente autoprodotto e svincolato da etichette discografiche, esce a quattro anni di distanza da quel piccolo gioiello nella discografia italiana che è stato I barboni preferiscono Roma.
Questo nuovo lavoro è musicalmente più essenziale e immediato, ma i testi di Iaffaldano/Zanardi restano incisivi e poeticamente dominati da una tenera disperazione (a tal proposito, la bukowskiana Harem). Testi che sembrano mossi da un disincanto quotidiano che significa noia domenicale, gatti sui tetti di periferia e condomini che diventano il luogo ultimo dell’umanità; ma anche dolci “ricordi” come in Postal Market dove il cantautore punk monopolitano riesce a toccare corde emozionali non indifferenti grazie ad un cantato che diventa quasi infantile.
E se la traccia che dà il titolo all’album potrebbe facilmente girare per le radio grazie alle sonorità vicine al Battisti di fine anni Settanta (a parte la dichiarata citazione loureediana), Arbeit Macht Frei, già in circolazione da un annetto grazie ad un videoclip girato da Peppe Toia e “liberamente ispirata ai fatti della ThyssenKrupp”, vede l’irriverente Caparezza e il genio Antonio Rezza come ospiti d’eccezione. E non sembra un caso l’alternanza dei termini “lavoro” e “sterminio” nell'ossessivo ritornello quasi da hit parade.
Insomma, un album che sancisce un nuovo periodo della discografia di Paolo Iaffaldano alias Paolo Zanardi, anche se il timbro stilistico e poetico restano quelli di sempre e il quasi totale disinteresse delle cosiddette case discografiche, oltre a non toccare minimamente l’artista, confermano quell’anomalia tutta italiana nel riuscire quasi sempre a trascurare quanto di meglio c’è in giro.