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06/02/14

Mujuice – Metamorphosis (2014)


Il vento gelido gli sferzò sul collo appena fu fuori dall’atrio. Si sollevò il bavero del cappotto scuro, strinse gli occhi e proseguì con un passo deciso che non si arrestò neppure quando, dopo poco, infilò il piede in una pozzanghera melmosa che si era creata in una buca sull’asfalto. Si limitò a scuotere impercettibilmente il piede, senza fermarsi.
Quella di tornare a casa era un’idea che lo annoiava. Anche passeggiare lo annoiava. Decise di passeggiare. Tagliò la città lungo la strada principale, passò oltre il portone di casa.
La stazione era popolata dalla gente di sempre, qualche straccione, un paio di zingare con prole al seguito. I fogli nella bacheca dei trovolavoro frusciavano ad ogni folata. Uno, a caratteri cubitali rosso fuoco, cercava persone dinamiche. Michel si domandò se il movimento per inerzia potesse essere considerato dinamismo, in qualche modo.
Nella sala d’aspetto una signora dal trucco pesante infilava luoghi comuni, uno dopo l’altro, al telefono. Istintivamente spense il suo cellulare, infastidito all’improvviso dal pensiero di essere raggiungibile. Lo innervosiva l’idea di essere perennemente rintracciabile, perennemente connesso, collegato al resto del mondo. Avvertiva un certo distacco con questo “resto del mondo”, per quanto non ne sapesse qualificare la natura. Probabilmente neppure gli interessava capirlo.
Si diresse verso l’edicola e comprò una busta da documenti. Ci infilò dentro il curriculum che aveva in tasca, leccò la striscia di colla e passò il pollice sopra la chiusura per sigillarla. Provò avvilimento per la serie di esperienze professionali improduttive e inutili che aveva dovuto inserire. In realtà provava avvilimento in generale, nel dover compilare questo tipo di documenti.
Doveva esserci qualcosa di profondamente perverso in una società basata su degli schedari, senza dubbio. Tuttavia, nel frattempo non c’era nulla di meglio da fare che compilarli. Annotò l’indirizzò a penna e imbucò il plico. Si chiese se dovesse essere fiducioso. 

Alle sette e quarantotto un treno lasciò la banchina, diretto a sud. Michel attraversò lo stradone davanti la stazione, fissò il cartellone della programmazione del cinema a lungo, poi comprò un biglietto e si allontanò. Infilò il biglietto nella tasca del cappotto, dubitava che sarebbe tornato effettivamente a guardare il film.
L’orizzonte si stava incupendo sempre più, il vento non si era placato. Due alberi scheletrici ai bordi della strada si sbracciavano, scricchiolando. Sul ramo più alto l’ombra di un corvo, incredibilmente in equilibrio. Michel strinse i denti per il freddo, una raffica di vento tagliente lo travolse inaspettatamente. Poggiò la mano sul tronco dell’albero per non cadere. Inspirò, il freddo gli squarciò i polmoni.

Fiducioso no, sollevato forse.

Annachiara Casimo



Mujuice – Metamorphosis
[Soyuz Music, 21/01/2014]
tracklist
1. Siberia
2. Meta Moscow
3. Jackdaw Talk
4. September 13th
5. T&P
6. Live Forever Krist
7. King Pony
8. September 26th
9. Meta Moscow 2
10. Father


25/02/13

Witxes – Sorcery/Geography (2012)


valutzione: 9/10

«Viviamo in un posto dove gli uccelli cantano un grazioso motivo
e c'è sempre tanta musica nell'aria.»
(I segreti di Twin Peaks)

In un luogo remoto, tra Adma ed Elham, nella valle di Siddin, c’è un posto misterioso. Antichi racconti narrano di una lunga e violenta guerra tra le due città e si crede che l’anima del re di Elham vaghi ancora nella valle alla ricerca di vendetta. La lunga guerra tra la città di Adma e la città di Elham, infatti, si concluse solo quando il re Chedor fu spinto in uno dei tanti pozzi di bitume di cui la valle di Siddin era ricca. La regina Sibri, moglie di Chedor, per la disperazione si lanciò da un dirupo. Da allora pare che tutti gli ignari viandanti che abbiano la sfortuna di passare da questa terra siano colpiti da una sorte funesta. C’è chi racconta di visioni mistiche, c’è chi diventa cieco o sordo, c’è chi perde l’uso della parola; i più fortunati dichiarano di essere precipitati in un perenne stato di struggimento. A migliaia di anni di distanza, dunque, un gran fascino e alone di oscurità avvolgono ancora la valle di Siddin.

Decisi di addentrarmi io stesso in questa impervia area e di sperimentare sulla mia pelle tutte le sensazioni che un viaggio singolare avrebbe potuto scatenare nella mia persona. In totale solitudine. Partii lasciando ogni oggetto di peso e di valore, o meglio, ogni oggetto che nel comune sentire sia definito di valore. Portai con me il minimo indispensabile. Non salutai nessuno, semplicemente partii. Appena giunto a destinazione fui colto da un grande senso di inconsistenza. Smisi di pensarmi singolo e cominciai a sentirmi parte di un grande sistema, quello dell’altro oltre me stesso. Alberi sghembi, pietre, foglie accartocciate. Tutti elementi di un armonioso universo verticale. Nessuna spinta oltre l’adesso. Nessuna melodia orizzontale. Solo il noi e ora. Sentii che questa sensazione di sospensione profumava molto di eternità: me ne inebriai. A un certo punto, dalle siepi arricciate e smosse dal debole vento vidi giungere una figura femminile. Aveva le gambe sottili, quasi ridicole, un abito bianco grazioso. Sussurrava parole fievoli e impercettibili in una lingua a me ignota.
«Sss…sib… Sibri!»
Un forte tremito percosse tutta la mia schiena. Caddi riverso, come colpito da un fulmine. Persi i sensi.

Quando mi risvegliai ero sul mio letto, nella mia abitazione, con le solite cose di sempre. E avevo in mente un motivo jazz, eppure io detesto il jazz! Tuttavia in quel momento ero sereno, sentivo di aver toccato l’eternità con la sola forza di un sogno.

Andrea Russo


Witxes – Sorcery/Geography
[Humanist Records, 08/05/2012]

tracklist
01. Unlocation
02. After the Horsefight
03. Thirteen Emeralds
04. Canyon Improbable
05. The Reason
06. Dead Reckoning
07. Misscience
08. Dunes of Steel
09. Somewhere
10. No Sorcerer of Mine


31/08/12

Arrange – New memory (2012)

valutazione: 8,5/10

Sara cominciò a strappare la busta verdemare che si era ritrovata nella cassetta, sebbene non fosse indirizzata a lei.
Sin dall’inizio aveva dubitato della reale esistenza di una Via delle magnolie in fiore in quel buco di cemento che era il suo paesino ma, quando persino all’ufficio postale le avevano confermato l’assenza di una via del genere nella toponomastica cittadina, non aveva più saputo cosa pensare.
«Qualcuno avrà voluto farle uno scherzo, signora» - le aveva detto l’impiegato allo sportello - «escludo anche che l’abbia consegnata un nostro portalettere!».
Ed effettivamente la busta non recava alcun francobollo o timbro, nessun mittente se non quella via scarabocchiata in una grafia elegante ma minuta.
Così Sara era tornata a casa. Tanto valeva aprirla.
All’interno della busta c’era un pezzetto di carta strappata, ripiegato in due.
From A. to S.”
Sara lo dischiuse.
Sssh. Ascolta. Ogni corteccia del bosco cela confidenze biascicate a mezza voce. Ogni radice conosce le mie ginocchia. Ogni goccia di questo fiume che scorre schiumoso ha sfiorato le mie cicatrici, inondato i miei dubbi.
Cosa mi resta? Cosa mi serve?
Ho visto chi mi circondava mutarsi in ciò che tanto aveva disprezzato in gioventù. Ho temuto che anche la mia schiena si piegasse sotto il giogo della società, che le mie mani si stancassero di scrivere, che il mio cervello s’inibisse nella morsa della routine. Ho avuto paura di ritrovarmi faccia a faccia con una me stessa annullata.
Ti chiedi chi io sia? Scendi le scale di corsa, infilati nel bosco e ascoltami. Sarò lì.
Parve ormai del tutto chiaro che la lettera non poteva essere indirizzata a lei. In quel posto non esistevano magnolie, né tantomeno boschi. Era una trappola grigia di case, palazzi e scuole. Tuttavia quelle poche righe abbozzate su carta color del mare avevano insieme confuso e affascinato la ragazza. Chi poteva spedire una lettera del genere e a chi? E che voglia di correre fra le radici e il profumo d’erba di un bosco…
Le tornò in mente un ricordo. Si mise in macchina. Quand’era piccola, il suo papà la portava spesso in un piccolo boschetto distante qualche chilometro da quel paese. Sebbene fosse piccolino, lei e il padre lo chiamavano “la foresta nera” perché Sara amava sedersi sotto un grande pino e leggere Salgari per interi pomeriggi.
Nel giro di una mezz’oretta fu lì. Il suo grande albero preferito era diventato ancor più maestoso. Sara ne accarezzò le rughe della corteccia, annusò il muschio, raccolse qualche margheritina dal ciglio del sentiero e infine si sedette sull’erbetta.
Si sentì stranamente sollevata. Rilesse le poche righe della lettera e solo allora si rese conto di quanto potesse immedesimarsi nel timore di finire oppressa dai ritmi della società.
***
Da qualche mese Paolo non vedeva più la ragazza che abitava nell’appartamento accanto al suo. Era carina, aveva una strana luce negli occhi. Una mattina l’aveva vista scendere le scale di corsa con uno zaino in spalla e infilarsi in macchina. Da allora era sparita lasciando un bigliettino attaccato alla porta di casa:
Scendi le scale di corsa, infilati nel bosco e ascoltami. Sarò lì. 
Sara.

Annachiara Casimo

La pagina fb e il bandcamp dell'artista



Arrange – New memory [autoprodotto, 10/07/2012]

tracklist 
01. Ivory Pt. 1 
02. And My Hands Denied Me My Right 
03. Caves 
04. If I Ever See The Center Of It All 
05. Where I Go At Night 
06. Æ 
07. North 
08. When We Saw 
09. Ivory Pts. 2 + 3 
10. New Memory 
11. Sides [Bonus Track] 
12. Want To Be Alright [Bonus Track]

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03/04/12

Julia Holter – Ekstasis (2012)

valutazione: 8,5/10

This is the ekstasis

Èstasi [dal greco ξ στάσις, ‘star fuori – dalla mente’] s.f. 1 Stato psichico di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, misto a un senso di rapimento, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie. 2 Nella fenomenologia religiosa, l’“uscita da sé” dell’anima che, abbandonato il legame con il corpo fisico e con i sensi, stabilisce un contatto temporaneo con il divino. 3 (est., fig.) Stato di intenso piacere. 4 Il silenzio quando non mi dici che mi ami che s’infila in ogni millimetro vuoto fra me e te. 5 L’equilibrio perfetto dei tuoi fianchi allineati ai miei, piccole caverne in cui riecheggiano echi mistiche. 6 Aspettarti. 7 Il tempo passato a fissarti il naso e contare le volte che ti si arriccia andando all’insù, mentre parli. 8 Ipnosi di musica che si specchia in se stessa, delicata. 9 La micia, gomitolo di pelo nero solitario, che mi si addormenta teneramente in grembo. 10 Gli sguardi caldi e sorridenti che mi danno l’illusione d’essere importante. 11 Leggerti una pagina di un libro dopo aver fatto l’amore. 12 Ascoltarti suonare dopo aver fatto l’amore. 13 Divertirsi a suonare quando si è da soli. 14 La primavera che s’infila negl’interstizi fra le tapparelle e punteggia la stanza di minuscole stelle. 15 I viaggi programmati e mai fatti, gli aerei cercati e mai presi, i posti sperati e mai visti, i soldi invocati e mai avuti. 16 Vestirsi l’una coi vestiti dell’altro, cambiare taglio di capelli e rispondere “forse” a chiunque ci chieda se siamo fratelli. 17 Il vuoto che sento all’altezza dell’ombelico quando mi manchi e che si colma fino a straripare quando m’abbracci. 18 Le sfumature violacee del cielo che si riflettono sui giardini e hanno un suono lento e malinconico. 19 La tua schiena che sembra un pezzetto di luna e io che ci annaspo su. SIN Quiete. 

Annachiara Casimo




Julia Holter – Ekstasis

[Rvng, 08/03/2012]

tracklist
01. Marienbad
02. Our Sorrows
03. In The Same Room
04. Boy In The Moon
05. Für Felix
06. Goddess Eyes II
07. Moni Mon Amie
08. Four Gardens
09. Goddess Eyes I
10. This Is Ekstasis 

21/01/12

Simon Scott – Bunny (2011)

valutazione: 9/10

Skandalopetra
Liberamente ispirato dalle gesta di Georgios Haggi Statti.

Georgios Haggi Statti
aveva un rito prima di immergersi:
si sciacquava le mani e la bocca
con l’acqua del mare.

C’era una volta un pescatore di spugne del Mar Egeo che riusciva a immergersi sott’acqua per oltre sette minuti e a raggiungere decine e decine di metri di profondità. Georgios – questo il suo nome –  era diventato con gli anni il più famoso pescatore di spugne dell’isola di Simi.

Un giorno, una grande nave italiana navigò le acque limpide dell’Egeo ma nel tentativo di ancoraggio si spezzò la catena e così l’ancora andò giù, giù, giù nelle buie profondità del mare.
La notizia si sparse rapidamente sull’isola di Simi, nel cui porto aveva cercato di ancorarsi la famosa nave italiana. Il capitano di bordo, un uomo alto e barbuto, ordinò subito ai suoi uomini di cercare qualcuno in grado di recuperare la preziosa ancora prima che fosse troppo tardi.
Gli abitanti dell’isola di Simi non ebbero dubbi. Soltanto Georgios era in grado di riuscire in un’impresa così ardua: recuperare un’ancora a oltre ottanta metri di profondità.

Tuttavia il dottore di bordo nutriva molte perplessità su Georgios. Il “coniglio” di Simi – così lo soprannominavano a causa dei suoi grandi baffi e dei suoi denti che lo facevano rassomigliare ad un coniglietto – aveva una corporatura troppo esile, un buco ai polmoni, un timpano rotto e l’altro quasi completamente perduto. Infine, visitato dal medico, non riusciva a trattenere il respiro per oltre quaranta secondi. Come poteva riuscire in un’impresa del genere un uomo dal fisico assolutamente inadatto? Eppure, diceva Georgios:
«Giù, giù, giù è tutta un’altra faccenda. Non si sente più nulla se non il peso di tutto il mare premere sulle spalle. Se l’acqua è abbastanza chiara si riesce anche a vedere, non è detto che a ottanta metri sott’acqua sia tutto buio. Ce la faccio, ripeto, ce la faccio. L’ho fatto tante volte, e giuro sui quattro figli che ho che vi riporterò la vostra ancora».
Nessuno a bordo della nave italiana gli credeva ma, tant’è… non avevano nulla da perdere e in fin dei conti erano tutti molto incuriositi da quell’ometto coi baffoni e i denti da coniglio.

Arrivò il grande giorno. Georgios gettò un sguardo verso l’altra sponda; le case erano allineate come giocatori di una squadra di calcio in posa. Il sole picchiava forte in testa ma, nonostante tutto, la folla era accorsa numerosa, tra il molo e il porto, ad assistere all’evento della giornata.
E così si immerse, e per gli isolani di Simi quelli furono i minuti più lunghi della loro vita. Georgios aveva rifiutato mascherina e tuta e si era immerso soltanto con una pietra di ardesia legata ad una corda controllabile in superficie. Gli erano familiari quelle nuvole d’acqua formate dal suo passaggio. L’ancora era lì, la avvertiva. «Eccola!», esclamò elettrizzato fra sé e sé, e agganciò un cavo d’acciaio ad una marra dell’ancora che finalmente ritornava alla luce. L’ancora era tornata alla luce!

Un boato di gioia ed esaltazione accolse Georgios quando riemerse dalle buie profondità marine. Provato, stremato dalla fatica, ebbe solo la forza di fare un cenno con la mano e sorridere al dottore di bordo che non avrebbe scommesso mezza dracma su di lui.

Georgios aveva un rito prima di immergersi: si sciacquava le mani e la bocca con l’acqua del mare. Il suo mare.

Andrea Russo



Simon Scott – Bunny
[Miasmah, 07/10/2011]

tracklist
01. AC Waters
02. Betty
03. Labano
04. Radiances
05. Black Western Lights
06. Honeymoon
07. Gamma
08. Drilla

30/09/11

Sleep ∞ Over – Forever (2011)

valutazione: 8/10

Quasi incarnasse il romanticismo un po’ tetro della luna, Forever, nuovo frutto del progetto musicale Sleep ∞ Over della texana Stefanie Franciotti, si colloca esattamente a metà fra lisergia psichedelica e levità evanescente dreamy
Lungo le tracce che lo compongono, l’album fluttua rincorrendo la voce dolce e leggiadra della Franciotti, a tratti sommersa da strati di synth ronzanti, a tratti sorretta dalle melodie ricamate da chitarra e batteria, a tratti ancora persa dentro distorsioni vorticanti.

Come se, piuttosto che un paio di cuffie, l’ascoltatore avesse accostato alle orecchie una conchiglia, il disco si apre con la strumentale Behind closed doors e il suo sciabordìo sommesso e leggero. Segue Romantic streams che rapisce facilmente l’ascolto e catalizza l’attenzione tanto da conquistarsi, con facilità e senza timore di smentita, il merito di essere una delle tracce più riuscite dell’album, al pari di Casual Diamond, singolo d’anticipazione per il quale è stato confezionato a dovere e magistralmente un video dall’amica e musicista Christine Aprile.
In un gioco di alternanze e di chiaroscuri, torna un brano strumentale, Porcelain hands, un crescendo intenso e vertiginoso anticipato da un fruscio ossessivo: se il sole, sorgendo, emettesse dei suoni, il risultato non si discosterebbe molto dall’atmosfera eterea che ricrea questo pezzo.
Così come eterei e celestiali saranno poi – ed entrambi i titoli lo lasciano supporre – The heavens turn by themself e la più spettrale Flying saucers are real, inframmezzati da Cryingame che, assieme all’ottavo pezzo, Stickers, contribuisce a ricreare quei febbrili mulinelli psichedelici che, magicamente, si spezzeranno nei cinquanta secondi di stasi silenziosa della traccia conclusiva Don't poison everything, dolce, catartica e incantata.

Si chiude così questo Forever, in punta di piedi.
Si avrebbe voglia di continuare a fare capriole per aria e abbandonarsi in balia della risacca ronzante ma, dopo più di trentacinque minuti, torna il silenzio.
Le cose belle durano sempre troppo poco.

Annachiara Casimo



Sleep ∞ Over – Forever
[Hippos in Tanks, 27/09/2011]

tracklist
1. Behind Closed Doors
2. Romantic Streams
3. Porcelain Hands
4. The Heavens Turn By Themselves
5. Casual Diamond
6. Crying Game
7. Flying Saucers Are Real
8. Stickers
9. Untitled
10. Don’t Poison Everything

23/09/11

Balam Acab – Wander / Wonder (2011)

valutazione: 8,5/10

Erroneamente accostato da subito alla nuova ondata witch-house, il ventenne Alec Koone alias Balam Acab si appresta finalmente a dare il meglio di sé anche con un long-playing, dopo aver fatto gridare al miracolo con l’EP See Birds uscito nel 2010 per la fantomatica etichetta Tri Angle, covo di musicanti stregoni. Con la witch-house, però, il nostro ha da spartire solamente un certo modo di fare musica ossia in maniera criptica, ai limiti dell’anonimato, ma non ci saranno streghe o croci riverse a turbare gli animi degli ascoltatori. Anzi, la musica di Balam Acab è tutto fuorché cupa e claustrofobica.
Se See Birds era un meraviglioso esempio di dubstep scarno ma carico di tensione emotiva, con Wander / Wonder il giovane statunitense si affianca alle sonorità elettro-ambientali dei Braids mantenendo le virate soul à la James Blake, con lenti sussurri glo-fi e dolci rumori acquatici. Dei pezzi “liquidi” che danno la sensazione di essere costantemente in balia del moto totalizzante seppur disordinato delle onde del mare. Ma di un mare impalpabile, non reale (una canzone su tutte: Expect).
Ascoltando questo album sembra di essere catapultati nello spettacolo etereo e ipnagogico dei sogni, con sussurri (Now Time) e rumori sottilissimi (Oh, Why, Await) che non sono altro che i sussurri e i rumori dell’animo umano. E così la copertina del disco pare essere la rappresentazione grafica perfetta per Wander / Wonder: uno sfondo nero dal quale un bagliore di luce sovrannaturale sgorga attraverso una piccola fessura.
L’intensa Fregile Hope, alla quale è affidata la chiusa dell’album, sembra la lenta e affannosa dipartita di una creatura mitologica. Al suo ultimo respiro ci si desta con un misto piacevolmente stridente di serenità e stranezza addosso.
Sono in molti a chiedersi, a questo punto, di cos’altro sarà capace il newyorkese, se continuerà su questa linea dreamy o se effettuerà dei cambiamenti seppur minimi come abbiamo verificato da See Birds a Wander / Wonder. Per il momento siamo ancora qui, immersi nel mare dei suoni/sogni di Balam Acab.

Andrea Russo



Balam Acab – Wander / Wonder
[Tri Angle Records, 29/08/2011]

tracklist
01. Welcome
02. Apart
03. Motion
04. Expect
05. Now Time
06. Oh, Why
07. Await
08. Fragile Hope

24/07/11

Brian Eno and the words of Rick Holland – Drums Between the Bells

valutazione: 8,5/10

Il poeta di Watedon

Quando viene sera, i palazzi sembrano enormi entità con decine e decine di occhi. Ogni occhio contiene a sua volta dei microcosmi che hanno forme buffe, miserabili oppure patetiche, piatte, pacate nella loro banalità.

Il poeta di Watedon viveva all’incrocio tra Queen’s Road e Hight Street, a soli tre isolati dalla stazione metropolitana. Viveva da solo. Ogni mattina, alle sette e due minuti, usciva di casa dopo aver preso una busta piena di lattine vuote, gettava il sacchetto nel cassonetto più vicino, si recava dal giornalaio, comprava il quotidiano solito e rientrava in casa, leggeva, si metteva a dormire. L’ultima notte fu poco florida dal punto di vista creativo; aveva buttato giù solo qualche pagina. Dal marzo di quell’anno era impegnato nella stesura del suo primo romanzo; fino ad allora era riuscito a farsi pubblicare solo una manciata di raccolte poetiche e due di racconti. Il romanzo lo avrebbe intitolato Drums between the bells. Gli piaceva la forma di queste parole messe insieme.

Una mattina, una delle solite, si respirava un intenso odore di terra e gomma, in città. La pioggia notturna aveva in qualche modo alleggerito quel pesante manto di smog dei giorni precedenti e il cielo terso donava al mondo una placida leggerezza. Il poeta di Watedon rientrò in casa e, come al solito, cominciò a leggere il quotidiano, ma un senso di costernazione gli strinse il cuore e lo distolse da quella lettura abituale. Quasi si vergognava di quella tranquillità consueta, di quei giorni che passavano indifferenti aspettando delle intuizioni che lo spingessero a sedersi al pc e battere sulla tastiera parole e parole. Per quanto tempo ancora avrebbe avuto la forza per immaginare vite che non erano le sue? Nei mesi passati c’era ancora speranza, la sera. Quando i grandi palazzi aprivano i loro occhi gettando luce sulle strade, il poeta di Watedon si sentiva parte di quelle strade e le storie gli bussavano in testa, anzi, entravano senza permesso. E lui, attraverso il filtro delle sue dita, li trascriveva in prosa. Ora, tutto questo si faceva sempre più raro; non osava restare sveglio la notte.

Erano da poco passate le undici quando uscì di casa per recarsi alla stazione della metropolitana. Come faceva spesso, si era portato dietro alcune delle ultime pagine che aveva scritto. Era solito rileggerle col sottofondo dei passanti, migliaia, che affollavano la metro: chissà gli venisse in mente qualche correzione da apportare. A un certo punto notò una figura sghemba, con la barba lunga e irsuta, pochi capelli e con in mano un violino che sembrava ridotto davvero malaccio. Notò solo in un secondo momento che il tizio era cieco, c’era un cane che gli scodinzolava attorno.
Il cieco si sedette dove meglio poté e cominciò a suonare una melodia moderna ma al tempo stesso malinconica. Il poeta di Watedon non aveva mai ascoltato qualcosa di simile, forse il cieco stava addirittura improvvisando.
Fu così che finalmente capì cosa mancava a quelle pagine che rileggeva e rileggeva ma sembravano le solite quattro cose scritte senza profondità. Mancava la musica!
Decise allora di avvicinarsi al musicista cieco, senza chiedergli nulla cominciò a leggere ad alta voce qualche pezzo tratto dal suo romanzo. Leggeva e sentiva che le sue parole si arricchivano di nuova forza, le sentiva più potenti, più argute. Quel violino stava facendo miracoli. Lesse, quasi urlando: “Life doesn’t start with a title, The One Man Show” e i suoi occhi si infiammarono e pensò con un pizzico di modestia di non aver mai scritto qualcosa di così vigoroso. Alcuni passanti cominciarono a fermarsi incuriositi. Durante le pause, alcuni accennarono persino un timido applauso che man mano si fece sempre più convinto. Il musicista cieco sorrideva. Le parole si sposavano perfettamente con la musica, il lamento stridulo dei treni in frenata, i passi frettolosi della gente disinteressata, il brusio degli altri intrigati da quella esibizione improvvisata.
Il poeta di Watedon, allora, pensò bene di rendere partecipi della performance alcuni tra i passanti, così, casualmente, diede loro alcuni fogli. C’erano una ragazza sudafricana, la receptionist della palestra in fondo alla strada, il commesso di un negozio di scarpe italiane. Essi cominciarono a leggere ma non uno alla volta. Ognuno leggeva il pezzo che gli era capitato.
Quello che si andò a creare fu un vorticoso effetto di esaltante confusione.

Andrea Russo




Brian Eno and the words of Rick Holland – Drums between the bells
(Warp, 04/07/2011)

tracklist
01. Bless this space
02. Glitch
03. Dreambirds
04. Pour it out
05. Seedpods
06. The Real
07. The Airman
08. Fierce Aisles Of Light
09. As If Your Eyes Were Partly Closed
10. A Title
11. Sounds Alien
12. Dow
13. Multimedia
14. Cloud 4
15. Silence
16. Breath Of Crows